Flavia Rallo

«Con Flavia Rebellious Wines ho voluto esprimere qualcosa di più istintivo e identitario», racconta. Il progetto nasce durante il Covid e si concentra su vini non filtrati e non stabilizzati, realizzati con varietà autoctone siciliane e pensati per intercettare un pubblico attento all’autenticità del prodotto e al racconto del territorio. Anche la scelta della bottiglia da un litro con tappo a corona richiama una memoria familiare precisa, quella del vino imbottigliato in casa dal nonno per il consumo quotidiano. «L’idea è lavorare sul dialogo tra passato e futuro, tra memoria e innovazione», spiega Rallo. È una sintesi che prova a tenere insieme identità produttiva, riconoscibilità del marchio e capacità di stare su mercati in cui il vino, da solo, non basta più.

Il valore della filiera a Castelvetrano

Un’altra storia emersa a Chiusa Sclafani è quella di Valentina Blunda, presidente della cooperativa Sicily Food Belice Valley e mostra come una leadership femminile possa trasformare una tradizione agricola in un progetto d’impresa capace di crescere, investire e trattenere valore sul territorio. Partita dall’azienda di famiglia tra Partanna e Castelvetrano, Blunda ha scelto di tornare alla terra dopo gli studi in legge e ha preso in mano direttamente la gestione aziendale, facendo crescere in modo netto la produzione: dai 300-350 quintali iniziali, con punte di 400, si è passati a circa 1.200 quintali. Il salto vero, però, è arrivato quando ha capito che non bastava produrre: bisognava intervenire nei passaggi della filiera in cui si forma il margine.

Valentina Blunda

Da qui la scelta di fondare nel 2022, con sede a Castelvetrano, la cooperativa Sicily Food Belice Valley. Nata con 12 soci fondatori, 6 mila euro e appena 12 bottiglie di olio, oggi la cooperativa conta 45 soci e aggrega circa 330 ettari di oliveto, destinati a crescere ancora. La svolta è stata l’investimento nella lavorazione diretta delle olive da tavola: non più solo produzione agricola, ma anche trasformazione, calibrazione e presidio progressivo della commercializzazione. La prima campagna chiusa con lo stabilimento operativo, nel 2024, ha portato un fatturato di 2,2 milioni, di cui 1,471 milioni legati alle olive da tavola. Nel secondo anno il fatturato è salito a 3 milioni, con 2,3 milioni concentrati proprio sulle olive da tavola. La cooperativa punta ora a spingersi oltre il prodotto sfuso e a crescere nel confezionato, dove il margine aumenta e l’identità del territorio diventa più riconoscibile.

Dal vigneto all’ospitalità

Sul terreno della costruzione d’impresa si colloca anche l’esperienza di Debora Greco, che nel 2016 ha dato vita a Baglio Bonsignore insieme a Luigi Bonsignore. Lei arriva da una famiglia del vino, lui dal mondo della consulenza: due competenze diverse che hanno inciso fin dall’inizio sulle scelte dell’azienda. Nei primi anni Greco ha seguito il riassetto dei vigneti e i nuovi impianti, mentre Bonsignore ha lavorato sulla rete commerciale. Oggi l’azienda si estende su circa 15 ettari, di cui 10 vitati, con una produzione di circa 50 mila bottiglie distribuite su otto referenze, tra vini entry level, riserve e spumanti.

Debora Greco

La traiettoria di Baglio Bonsignore mette insieme valorizzazione dei vitigni autoctoni e attenzione al mercato. «Per noi è fondamentale investire sui vitigni autoctoni, ma allo stesso tempo siamo consapevoli delle richieste del mercato globale – osserva Debora -. Bilanciare queste due anime ci consente di essere competitivi anche sui mercati internazionali». Ma nel suo racconto entra anche un altro elemento, quello della fatica di affermarsi in un settore dove la leadership femminile, soprattutto nei ruoli più operativi, incontra ancora resistenze. «Ho dovuto affrontare diffidenza e pregiudizi, soprattutto nel lavoro in vigna», dice.

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