
Cambio di scena repentino, e a Parigi inizia la tre giorni della haute couture. L’ultimo vessillo di un mondo di privilegio, fatto di occasioni che obbediscono a precisi protocolli vestimentari, di rituali astratti e autosufficienti, di forme che rinnegano l’ossessione contemporanea per ciò che è pratico e comodo diventa di cogente rilevanza: perché il privilegio nella polarizzazione attuale è più vivo ed evidente che mai, e perché la spettacolarizzazione del quotidiano e la cultura del red carpet permanente ben accolgono la lingua dell’alta moda, che nel mentre diventa sempre più estrema, sempre più distante dalla funzione per farsi solo fantasia e rappresentazione.
«Le idee possono generare profitto, ed è sulle idee che lavoro», dice Jonathan Anderson, direttore creativo di Dior. È lui ad aprire, e anche a debuttare: prima volta che fa alta moda. «Fino a un anno fa non avevo alcun interesse per la couture – prosegue -. Quel che mi affascina è la sapienza che sta dietro le cose, fatta di abilità manuali che, se non esercitate, sono destinate a sparire».
Come accade ai modernisti nel confronto con le forme dell’alta moda – molti dei cui archetipi, in particolare le linee a clessidra o a corolla, sono stati definiti proprio da Christian Dior – Anderson punta sull’astrazione. Lo fece già Raf Simons – al quale molto in effetti rimanda – prima di lui e proprio qui. Il risultato è che il rapporto tra abito e corpo diventa in un dialogo tra muti.
La collezione esplora la tensione tra natura e artificio: un grande classico del pensiero manierista, sempre foriero di eccitanti trasposizioni iconografiche, di singolari detour della forma e della materia. Il punto di partenza, adesso, è un mazzo di mughetti ricevuto in dono da John Galliano, che porta a un gran fiorire di boccioli fatti di piume, o di organza. Ma ci sono anche i broccati antichi e il tulle da veletta, così come crinoline ondulanti come le sculture di Magdalene Odundo, e poi cappotti a uovo, abiti con il volume spostato sul ventre, patchwork liquidi di materie diverse e sensazionali bracciali con applicazioni di meteoriti.
Il colpo d’occhio, da lontano, è lirico, esaltante, ma quando gli abiti si avvicinano, non si può non notare che essi mancano di movimento, ed è quella l’impressione che lasciano. Anderson ha la capacità di unire cose opposte o anche contraddittorie in una sintesi piena di significato. Da Loewe, però, riusciva a mantenere una leggerezza di enunciato che adesso manca, con il rischio che la concettosità viri in pretesa. Si apprezza, però, il disegno di trasformare la couture in una proposta completa, comprensiva di borse, così come la decisione di aprire il mondo chiuso a un pubblico più vasto attraverso una mostra che, negli spazi della sfilata, metterà in dialogo capi della collezione con pezzi dell’archivio Dior e creazioni di Magdalene Odundo.