Un fenomeno ancora nuovo nell’ecosistema musicale contemporaneo ma in crescita esponenziale negli ultimi anni. È così che Carlo Parodi, presidente di Assomusica, inquadra i festival musicali di medie e piccole dimensioni. «Nel periodo estivo 2025, abbiamo contato 1.245 eventi – quest’anno saranno ancora di più, li stiamo mappando in questi giorni – che hanno coinvolto un milione e 800mila spettatori con un incasso superiore a 80 milioni: vuol dire molto per la filiera legata alle industrie culturali e creative». La diffusione su tutto il territorio nazionale è un altro elemento positivo caratterizzante del fenomeno.
L’esperienzialità come fattore d’attrazione
«Al netto dell’evoluzione della tecnologia, il momento esperienziale è oggi la leva più importante nella fruizione musicale, perché insostituibile, come confermato dal numero di spettatori in continua crescita», sottolinea Parodi ricordando come esista un modello italiano di festival per gli appassionati stranieri perché la musica dal vivo, a prescindere dalla dimensione dell’evento, viene vissuta in un luogo iconico, come l’Anfiteatro di Pompei. «È un valore aggiunto su cui dobbiamo fare leva perché, a differenza di ciò che accade in Europa, la rassegna musicale estiva, soprattutto se organizzata da aziende, non viene riconosciuta, valorizzata, patrocinata dall’ente centrale, dallo Stato italiano, e questa è – ribadisce Parodi – una visione da superare per incrementare sia il made in Italy e il Pil sia la professionalità delle maestranze coinvolte».
Questi eventi, creando coesione sociale, sono un’occasione di elevazione culturale a disposizione della cittadinanza. I governi locali ne sono consapevoli e ne riconoscono il valore. «Il nostro impegno è spiegare al decisore pubblico quale strumento prezioso abbia tra le mani e invitarlo a investirci per lo sviluppo territoriale», chiosa il presidente di Assomusica.
La ricerca della Sapienza
Proprio sull’impatto dei festival musicali di medie e piccole dimensioni sul territorio si è concentrato il primo report dell’Osservatorio sull’industria e gli eventi musicali dell’Università Sapienza di Roma. «I dati raccolti nel campione di 49 festival mostrano che la biglietteria rappresenta mediamente il 51% delle entrate complessive, il food & beverage il 16%, le sponsorizzazioni l’11% e il merchandising il 6%», spiega Francesco D’Amato, direttore dell’Osservatorio, evidenziando come il modello economico presenti una struttura delle entrate ancora poco diversificata, con una dipendenza significativa dal pubblico pagante, che è sia una vulnerabilità sia l’attestato della capacità reale d’attrazione. «Ampliare e strutturare i canali complementari è una delle direzioni di sviluppo più concrete individuate dalla ricerca».
Nel campione analizzato, circa il 40% del pubblico proviene da fuori provincia, a dimostrazione del fatto che gli organizzatori sono consapevoli della capacità di attivare flussi economici nella ricettività, nella ristorazione e nel commercio locale. Tuttavia, la maggioranza non dispone ancora di strumenti strutturati per quantificare con rigore questo effetto (spesa media per visitatore, occupazione generata, indotto attivato nelle filiere locali). «È prioritario definire un sistema condiviso di indicatori d’impatto, articolato nelle dimensioni economica, sociale, culturale e ambientale, calibrato sui festival medio-piccoli», auspica D’Amato.
