Storie Web martedì, Febbraio 24

Il lancio delle arance rosse a pigmentazione garantita, l’introduzione di clementine che resistono ai cambiamenti climatici, lo sviluppo di nuove varietà di mandarini ancora più tardivi, e la crescita dei piccoli agrumi, dolci e facili da sbucciare, come il miyagawa e il mapo. E poi la riscoperta (anche botanica) del pomelo, il boom dello yuzu nell’alta cucina e le opportunità (ancora da sfruttare) per tornare a valorizzare limoni e pompelmi. Quello degli agrumi è un universo in movimento, dove l’Italia è un player importante, con una produzione media annua di 3,2 milioni di tonnellate per un valore di 1,8 miliardi di euro e un’offerta che spazia dalle arance ai limoni, dai mandarini ai pompelmi, dalle clementine ai bergamotti.

«La qualità organolettica, dovuta anche alla posizione geografica privilegiata, ha permesso all’agrumicoltura italiana di distinguersi per sostenibilità, attenzione alla salute del consumatore e forte identità legata a dieta mediterranea e territorio», ha sottolineato il presidente del Crea, Andrea Rocchi, in occasione del Citrus day, l’appuntamento annuale dedicato alla ricerca agrumicola realizzata in Italia.

Bilancia commerciale negativa

Ma, nonostante la nostra lunga tradizione produttiva, la bilancia commerciale agrumicola è negativa: nel 2024 abbiamo importato 334mila tonnellate di agrumi (soprattutto da Spagna, Sudafrica ed Egitto) per un valore di 323,5 milioni di euro e ne abbiamo esportato 255mila tonnellate, incassando oltre 314 milioni (dati Fruitimprese).

I dati relativi ai primi nove mesi del 2025 indicano una crescita dell’import pari all’8,8% in quantità e al 30,3% a valore a fronte di un aumento dell’export rispettivamente del 14% e del 20%. Dunque, mentre il nostro principale rivale, la Spagna è un esportatore netto (60% della produzione), noi siamo di fatto un paese importatore (meno del 10% di export). Con qualche bella eccezione, come l’Arancia Rossa di Sicilia Igp, che piazza all’estero oltre la metà dei frutti. O come il segmento di mandarini e clementine, dove dal 2024 l’export ha superato l’import con un surplus di 5,3 milioni. «I piccoli agrumi sono al decimo posto tra i frutti italiani più esportati. Un risultato eccezionale se si considera che sono prodotti per pochi mesi l’anno», sottolinea Mario Lo Schiano Moriello di Ismea.

Nazionali o di importazione, gli agrumi restano una famiglia molto importante per il comparto ortofrutticolo nazionale sia per dimensioni del mercato sia per valore aggiunto, grazie a una differenza tra costo medio di produzione e prezzo medio di vendita del 60% per le arance tarocco e del 100% per le clementine, come ha calcolato Ismea. Un motivo in più per fare degli agrumi una categoria fondamentale per il retailer, anche perché arrivano a portare freschezza, scelta, e colore in una stagione “difficile” e poco generosa per il reparto ortofrutta dei punti vendita. Anche per questo il mondo degli agrumi è sottoposto a una “manutenzione” continua.

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