Storie Web martedì, Marzo 17

«La moda è prima di tutto l’arte del cambiamento»: la frase di John Galliano si adatta perfettamente alla sua carriera. Considerato uno dei geni più luminosi della moda contemporanea, già direttore creativo di Givenchy, Dior e Maison Margiela (la sua ultima collezione per la linea couture del marchio del gruppo Otb, Artisanal, presentata a Parigi nel gennaio 2024, è unanimemente riconosciuta come una delle più potenti di sempre), ricordato per i suoi look flamboyant, ricchi di personalità ed emozionanti, Galliano ha firmato un contratto di due anni con Zara, marchio del gruppo Inditex per il quale «ricreerà gli archivi attraverso collezioni stagionali», come recita la nota dell’azienda.

Look dall’ultima collezione Maison Margiela Artisanal firmata John Galliano

«Galliano lavorerà direttamente con abiti delle scorse collezioni di Zara, decostruendoli e riconfigurandoli in nuove espressioni e creazioni – prosegue la nota -. Guidata da un processo e un autorialità couture, le collezioni saranno lanciate stagionalmente a partire da settembre 2026». Un “cambiamento” netto, che suscita nell’industria della moda aspettative, curiosità ma anche amare riflessioni sul destino di un genio come Galliano, segnato e per certi versi abbattuto dalla vicenda delle dichiarazioni antisemite (in stato di ebbrezza) che nel 2011 lo costrinsero alle dimissioni da Dior, seguite da alcuni anni di oblio. «Ulteriori dettagli saranno diffusi a tempo debito», chiude la nota di Inditex.

Non è una novità che i marchi di fast fashion stiano progressivamente ingaggiando noti designer per curare occasionalmente, con capsule o linee, o stabilmente, come direttori creativi, le loro collezioni. Zara stessa ha già collaborato con un nome proveniente dagli uffici stile dei grandi marchi di moda: nel 2024 era stato Stefano Pilati, ex direttore creativo di Saint Laurent e Zegna, a firmare una capsule collection che rielaborava alcuni pezzi dell’archivio del marchio. E certo l’arrivo di Galliano è solo l’ultima puntata della lunga relazione fra blasonati designer e fast fashion: hanno superato i vent’anni le collaborazioni d’autore di H&M, iniziate con Karl Lagerfeld nel 2004 e che oggi proseguono con Stella McCartney; in realtà un ritorno, visto che la designer britannica aveva già firmato una capsule nel 2016, e che, da paladina della sostenibilità – di cui l’universo fast fashion è accusato di essere uno dei peggiori nemici – ha tenuto a sottolineare come «questa seconda collaborazione è l’occasione per riflettere sui progressi compiuti in termini di sostenibilità, pratiche cruelty-free e design consapevole – e per riconoscere con onestà quanto ancora dobbiamo fare, insieme».

Nella categoria rientra anche il recente caso di Francesco Risso, che dopo aver lasciato la guida creativa di Marni, lo scorso gennaio ha preso quella di Gu, marchio del gigante Fast Retailing (a cui fa capo Uniqlo), e per il quale un nome di riconoscibilità internazionale è strategico per sostenere la strategia di espansione soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. Sempre nel perimetro Fast Retailing due anni fa è stato eclatante anche il caso di Clare Waight Keller, che dopo aver guidato Givenchy fra 2017 e 2020 è diventata direttrice creativa di Uniqlo, il marchio più importante del gruppo giapponese, che peraltro collabora con Jonathan Anderson da anni, ben prima del suo arrivo in Dior.

Se, con poche eccezioni, il lusso fa fatica a cambiare direzione alle vendite – Lvmh e Kering hanno chiuso il 2025 in calo – i gruppi del fast fashion godono di migliore salute: per Inditex, appunto, lo scorso anno è stato il migliore di sempre in termini di ricavi (pari a 6,2 miliardi di euro), tendenze positiva confermata anche nel primo trimestre di quest’anno; stessa performance record per Mango, con 3,8 miliardi. Nell’anno fiscale 2025, chiuso lo scorso agosto, Fast Retailing ha registrato ricavi per 3,4 trilioni di yen, pari a circa 23,16 miliardi di dollari, praticamente raddoppiati in nove anni. In controtendenza solo il gruppo H&M, che ha chiuso l’anno finanziario 2025 con ricavi netti in leggera flessione, attestandosi a 21,6 miliardi di euro, rispetto ai 22,2 miliardi dell’anno precedente, in calo del 2,7% a cambi costanti. A contribuire a questo scenario è stata anche la scelta da parte dei brand del lusso di restringere l’offerta più accessibile per concentrarsi su quella di più alto valore, a scapito di una larga fascia di clientela che non ha più potuto permettersi prezzi troppo elevati. E che guardano con sempre più interesse a un fast fashion che si sta elevando, o tenta di farlo, anche attraverso collaborazioni d’autore.

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