Storie Web mercoledì, Febbraio 28
Notiziario

A Parigi questa stagione il volume delle trasmissioni, metaforicamente parlando, è alto, ma sono i vestiti e non gli show a urlare. Visti i mala tempora, Rick Owens rinuncia al grand guignol pirotecnico e sfila, letteralmente, a casa sua, in quella che era la sede del partito socialista e che adesso è un antro magnificamente brutalizzato. Il mutamento di scala sposta tutta l’attenzione sugli abiti, li glorifica nella loro scabra e immaginifica potenza, nella loro capacità di ridisegnare il corpo, estenderlo, potenziarlo. In reazione a questo momento barbaro e violento, un vero picco in basso per l’umanità, Owens gigantizza e deforma la silhouette producendo un ululato sartoriale che parte dagli straordinari stivali gonfiabili e prosegue in torsioni, avvolgimenti, estrusioni. Tutto si gigantizza, in una ricerca di sublime, sovrumano e grottesco che emoziona non ultimo perché piena di una sua cruda eleganza, e perché carica di una forza inventiva che nella moda, oggi, è rara.

Sulle cubature enormi applicate ai classici, Hed Mayner lavora in solitaria da quasi un decennio, con la dedizione e la testardaggine di un vero autore. A questo giro l’espressione è, se possibile, ancor più decisa e perforante: una rilettura dei classici attraverso abiti enormi che paiono modellati su un altro corpo, robusto e smisurato, e ne portano i segni.

Il design team di Homme Plissè Issey Miyake abbandona la zona di comfort della purezza lineare ed esplora una libertà e giocosità che, in questi rarefatti territori, sono l’equivalente del girare la manopola del volume al massimo. La creative session – non semplice collaborazione – con Ronan Bouroullec non si traduce solo in una serie di stampe ma in un lavoro sulla spiralizzazione e concatenazione delle forme che è appassionante e spontaneo, sottolineato da una palette di colori ricercata e, finalmente, possibile.

Il regista Wim Wenders a una modella in passerella per la collezione AI 24-25 di Yohji Yamamoto (EPA/TERESA SUAREZ)

L’idioma di Yohji Yamamoto è insieme ruvido e delicato, immutabile e in perpetua evoluzione, sempre e comunque poetico. Alla soglia degli ottanta anni, il santone giapponese della decostruzione ha ancora molto da dire in termini di mascolinità. Sulla sua passerella nessun modello imberbe e adolescente, ma una varia e dolente umanità di ogni generazione, incluso un pensoso Wim Wenders, vestita a strati, con gli slogan dadaisti ricamati su giacche e pantaloni, i volumi liquidi e ciondolanti.

La allure è rilassata, sbrilluccicante e losangelena da Amiri, mentre Dries Van Noten allunga e alleggerisce, lavorando sui classici con la verve del colorista sartoriale e lo spirito del realista che preferisce la vita ruvida e vera alle pose estenuate, sicché persino un trench rosa confetto e le scarpe rasoterra proiettano forza e consapevolezza, e una fragilità agita invece che subita.

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