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L’angioplastica coronarica è un intervento volto a ripristinare la circolazione verso il cuore dilatando le arterie coronarie ostruite. Può essere effettuato in emergenza dopo un attacco cardiaco o a scopo preventivo. Come viene effettuato, quali sono i rischi e perché avrebbe potuto salvare la vita a Gigi Riva.

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Nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 2024 l’ex campione di calcio e dirigente sportivo Gigi Riva è stato ricoverato a Cagliari per una crisi coronarica acuta, scatenata da una grave coronopatia per la quale i medici hanno immediatamente proposto un’angioplastica coronarica. Si tratta di una procedura medica per dilatare le arterie coronarie ostruite – ad esempio dalle placche aterosclerotiche – e ripristinare il normale flusso sanguigno verso i muscoli del cuore. Com’è noto Gigi Riva ha preferito rifiutare questo intervento (non privo di rischi), dicendo ai medici che ci avrebbe voluto pensare e parlarne con i propri cari. Purtroppo, nonostante la gravità della situazione, nulla faceva presagire il repentino crollo del quadro clinico della leggenda del calcio italiano a causa di un’altra crisi coronarica, che lo ha portato alla morte attorno alle 19:00 del 22 gennaio 2024. I medici hanno tentato in extremis con massaggio cardiaco, manovre rianimatorie e la corsa in emodinamica per una angioplastica di assoluta emergenza, che tuttavia non hanno dato buon esito. Ecco cosa sappiamo sull’angioplastica coronarica e perché è un intervento rischioso ma spesso salvavita.

Cos’è e quando serve l’angioplastica coronarica

Come spiegato dall’Istituto Humanitas, l’angioplastica coronarica è un intervento volto a ripristinare la circolazione verso il cuore, quando il flusso di sangue diretto all’organo è insufficiente. Il dottor Bernhard Reimers, Responsabile di Cardiologia Clinica e Interventistica presso l’Humanitas, sottolinea che la dilatazione delle coronarie avviene attraverso “l’inserimento di un palloncino e con l’installazione di una piccola impalcatura, lo stent, che ha il compito di mantenere l’arteria allargata così da consentire al sangue di arrivare regolarmente in tutte le parti del cuore”. Lo specialista evidenzia che si tratta di un intervento mininvasivo e che nella stragrande maggioranza dei casi (80 percento) viene sfruttata l’arteria radiale – la principale dell’avambraccio – per eseguire la procedura.

Un'arteria con aterosclerosi. Credit: wikipedia

Un’arteria con aterosclerosi. Credit: wikipedia

In parole semplici, il medico inserisce un catetere – una cannula di gomma – che viene fatto scorrere lungo il corpo fino al punto desiderato della coronaria ostruita. In passato la cannula veniva introdotta a partire da un’arteria inguinale, ma oggi si usa questo percorso solo in casi particolarmente delicati. Una volta giunto a destinazione, dal catetere avviene il rilascio di un primo palloncino, che viene gonfiato per permettere la dilatazione del lume del vaso. Molto spesso, dopo questa procedura, attraverso altri palloncini vengono inseriti gli stent, piccole reti metalliche che fungono da vere e proprie impalcature per i vasi, mantenendoli aperti e favorendo il passaggio del sangue. Sono protesi in acciaio o leghe speciali (con cobalto e altri elementi) che nel corso del tempo vengono integrate nei tessuti, continuando a funzionare efficacemente per tutta la vita del paziente.

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L’ostruzione o stenosi delle arterie coronarie può avvenire a causa della deposizione delle placche aterosclerotiche nel loro lume, compromettendo l’afflusso di sangue – parzialmente o totalmente – verso il muscolo cardiaco. Le placche sono depositi di lipoproteine (colesterolo), globuli bianchi e altro materiale che si accumulano sulla parete interna dei vasi nel corso dei decenni, accompagnati da infiammazione e irrigidimento. Quando ciò si verifica nelle coronarie emergono i presupposti per lo sviluppo di gravi patologie cardiovascolari come infarto del miocardio, attacco ischemico, ictus e altro ancora. Ecco perché dopo un esame coronagrafico, che evidenzia la “qualità” del lume delle coronarie e lo portata del flusso sanguigno, può essere richiesta con un’urgenza un’angioplastica coronarica, tecnicamente definita come intervento coronarico percutaneo. L’operazione può essere eseguita non solo come intervento d’urgenza per trattare un attacco cardiaco, ma anche a scopo preventivo per migliorare il flusso sanguigno e il dolore toracico (angina) provocato proprio dall’ostruzione delle arterie. Sebbene estremamente efficace e spesso salvavita, l’angioplastica non è priva di rischi.

Rappresentazione di un'arteria sana e una con placche aterosclerotiche. Credit: wikipedia

Rappresentazione di un’arteria sana e una con placche aterosclerotiche. Credit: wikipedia

Quali sono i rischi dell’angioplastica

La Mayo Clinic, una delle principali organizzazioni statunitensi impegnate nella ricerca medica, evidenzia che ci sono diversi rischi associati all’angioplastica coronarica, per questo i pazienti devono essere preparati adeguatamente prima dell’intervento. Come indicato, non sempre ciò è possibile e l’operazione spesso viene eseguita in sala operatoria come procedura d’urgenza salvavita a seguito di un attacco di cuore. Ecco un elenco dei potenziali rischi:

Restringimento dell’arteria coronaria: se non viene posizionato uno stent c’è un rischio superiore di restenosi, ovvero un nuovo restringimento dell’arteria. Alcuni medicinali applicati sulle piccole protesi metalliche riducono ulteriormente tale rischio

Infezioni, emorragie, attacchi di cuore e ictus: l’inserimento del catetere può catalizzare il rischio di infezione o sanguinamento nei siti di entrata, ma in casi più rari può anche determinare danni severi alle coronarie come la lacerazione. C’è anche il rischio che il “raschiamento” prodotto dalla cannula possa far staccare parti delle placche aterosclerotiche, che una volta in circolo possono occludere altri vasi portando allo sviluppo di un ictus. Possibili anche tachicardia e bradicardia durante l’intervento.

Coaguli di sangue: gli stent possono favorire la formazione di coaguli di sangue, a loro volta potenzialmente responsabili di un infarto o altro evento cardiovascolare. Anch’essi possono essere “tenuti a bada” assumendo specifici farmaci

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