
L’aumento dell’indennità dal 30% all’80% della retribuzione per il congedo parentale (valida per tre dei nove mesi indennizzati), introdotta gradualmente dal 2023 in poi, ha fatto crescere il numero dei beneficiari: nel 2024 (ultimo dato pubblicato dall’Inps) ne hanno fruito 413.695 lavoratori, oltre 100mila in più rispetto al 2021. L’aumento è costante dal 2022. Se si confronta il 2024 con il 2023, la crescita dei fruitori è stata del 29% per i padri e del 9% per le madri. Queste ultime continuano a rappresentare la coorte maggiore dei beneficiari: l’astensione facoltativa dal lavoro alla quale si può accedere dopo il congedo di maternità o di paternità è tradizionalmente appannaggio delle donne, che ne fruiscono soprattutto nel primo anno di età del figlio. Nel 2024 le lavoratrici madri erano il 70% dei beneficiari (289.409). I padri però stanno aumentando: mentre nel 2020 erano il 22% dei fruitori, nel 2024 sono aumentati al 30 per cento (124.286). Nel primo anno di vita del bambino, le madri fruiscono in media di 126 giorni di congedo, contro i 36 giorni dei padri.
Che la perdita di una parte cospicua della retribuzione rappresenti un ostacolo verso la fruizione del congedo parentale, lo dimostrano anche i dati contenuti nel Rapporto 2025 dell’Inps: le madri che non fruiscono dell’astensione facoltativa hanno una retribuzione media annua di 12.016 euro. È più facile accedere al congedo parentale quanto più alta è la retribuzione e quanto più stabile è il rapporto di lavoro. Il 79% delle lavoratrici che non fruiscono del congedo parentale ha infatti un contratto di lavoro a tempo determinato. I cambiamenti legislativi introdotti negli ultimi anni, con l’innalzamento dell’indennità del congedo dal 30% all’80% della retribuzione per tre mesi nei primi sei anni di età del figlio, potrebbero rappresentare un passo avanti verso una maggiore equità nell’utilizzo di questa misura.
Che cosa cambia dal 2026
La legge di Bilancio 2026 (legge 199/2025, articolo 1, commi 219 e 220) non è intervenuta sul peso economico dell’indennità ma sulla finestra temporale nella quale i genitori lavoratori possono accedere al congedo parentale. I 10 mesi di congedo a disposizione di entrambi i genitori lavoratori dipendenti (elevabili a 11 se il padre si astiene dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato di almeno tre mesi) saranno utilizzabili fino a 14 anni del figlio (anziché fino ai 12 anni, come previsto finora). Anche i genitori lavoratori con figli affetti da disabilità grave, potranno prolungare (alternativamente) fino a tre anni il congedo parentale, fruibile in maniera continuativa o frazionata, entro i 14 anni del figlio.
Un’altra novità che debutta quest’anno riguarda i permessi per malattia dei figli. L’età massima del bambino per cui è possibile fruire del congedo per malattia passa da otto a 14 anni. Inoltre, il numero massimo di giorni di astensione per malattia del figlio di ciascun genitore (alternativamente e senza retribuzione) passa da cinque a dieci giorni lavorativi all’anno, per ogni figlio fra tre e 14 anni. Non cambia invece la disciplina dei permessi per malattia sotto i tre anni del bambino: entrambi i genitori, alternativamente, hanno diritto di astenersi dal lavoro per tutta la durata della malattia.
L’obiettivo finale dell’allargamento dei congedi è sempre quello di un maggiore impulso alla natalità (come ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni venerdì scorso), attraverso una migliore conciliazione fra vita privata e vita lavorativa dei genitori. Il numero dei nuovi nati è in costante diminuzione: nel 2024 sono stati 369.944, quasi 10mila in meno rispetto all’anno precedente. Fra gennaio e luglio 2025 le nascite sono state 13mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2024 (-6,3%).