Storie Web domenica, Marzo 15

Quando la tecnologia avanza, la mente umana gioisce e trema. Se da un lato nessuno ci obbliga a lasciare il nostro processo creativo, dall’altro lato abbiamo sempre più persone che stanno permanentemente includendo l’intelligenza artificiale all’interno del proprio lavoro. L’idea di poter accelerare alcune fasi mi alletta, ma rimango dell’idea che il confronto diretto con il produttore di turno o il mettersi fisicamente su una qualsiasi DAW per concretizzare le idee che passano per la testa rimangano passaggi che a me piace fare. Per questo ho deciso di scrivere questo pezzo: per esplorare come la tecnologia stia cambiando le regole del gioco, pur restando convinto che l’intenzione artistica sia l’ingrediente essenziale per tutta la produzione di un brano.

Lyria 3: il motore tecnologico sotto esame

Per capire se questa “intenzione” artistica possa essere replicata da una macchina, abbiamo messo alla prova Lyria 3, l’ultimo modello di Google. Il nome, che richiama la Lira di Apollo — simbolo d’eccellenza della musica per l’antica Grecia —, identifica un modello capace di generare brani completi anche partendo da una semplice immagine. Ogni creazione, basata su prompt o file JPG, genera automaticamente anche un contenuto video. Entrambi hanno una durata massima di 30 secondi: briciole, se pensiamo alle lunghezze offerte da competitor come Suno o Udio. Tuttavia, per testarne i limiti strutturali, abbiamo sottoposto l’algoritmo a tre stress test volti a verificare la presenza di una reale sintassi musicale; esperimenti basati su visioni specifiche che, con una comune DAW, richiederebbero giorni di produzione.

Primo test: la rigidità del sacro e il tempo dispari

Il primo test ha riguardato il Medioevo e la trappola del ritmo. Abbiamo chiesto un canto gregoriano in modo dorico fuso con un beat elettronico in 7/8. Lyria ha risposto con precisione millimetrica, ma sebbene il tempo dispari sia rispettato matematicamente, l’analisi del timing rivela una freddezza clinica. Il timbro del coro è apparso molto artificioso, senza una vera amalgama fra le varie voci, componente invece essenziale per un coro. In sostanza, Lyria ha fatto il “compitino” melodico, ma non ha saputo curare l’armonia.

Secondo test: il conflitto tra Barocco e Metal

La seconda sfida si è concentrata sul Barocco e l’architettura sonora. Abbiamo richiesto una fuga al clavicembalo contrappuntata da riff Metal “Djent” in 5/4. Lyria ha dimostrato di capire lo stile di Bach richiesto, ma anche in questa occasione la parte armonica ha peccato. Lo strumento principe del barocco, il clavicembalo, si è perso sia nel timbro che nel contrappunto armonico, mentre il riff Metal ha finito per ingoiare totalmente il brano, non lasciando fiato alla voce seicentesca.

Terzo test: la mancanza di groove nel Jazz contemporaneo

Infine, abbiamo testato il Novecento e lo “Swing” mancato attraverso il Bebop jazz a 220 BPM con transizione verso il Neurofunk. Sebbene Lyria sia stata in grado di generare accordi di tredicesima e assoli veloci, lo swing è apparso “congelato” e la successiva parte elettronica quasi assente. Siamo rimasti confinati nel mondo Jazz senza riuscire ad atterrare in quello funk composto da basso e chitarra.

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