Il 16 luglio 1997 Lionel Jospin è seduto al tavolo del Consiglio dei ministri all’Eliseo, di fronte al presidente della Repubblica Jacques Chirac. Non è ancora passato un mese dal suo arrivo a Matignon, ma tanto gli basta per fissare un punto: la legittimità politica nasce dal voto parlamentare ed è al governo che spetta guidare l’azione del Paese. Jospin è morto il 22 marzo a 88 anni, dopo mesi segnati da problemi di salute, di cui aveva parlato lo scorso gennaio riferendo di un intervento chirurgico «importante» senza ulteriori dettagli. La notizia è stata comunicata dalla famiglia.
Quel punto fissato nel 1997 avrebbe scandito tutta sua vita: Jospin sarebbe rimasto sempre lì, dentro le istituzioni, senza teatralità. Anche quando il potere si sarebbe fatto più complesso. Governa una Francia alle prese con l’ingresso nell’euro, che impone vincoli stringenti sui conti pubblici, le imprese si riorganizzano in un’economia sempre più aperta alla concorrenza globale, le delocalizzazioni iniziano a incidere sul lavoro industriale, la disoccupazione resta alta e la pressione sul welfare aumenta. La sinistra – la sua sinistra – deve misurarsi con tutto questo, e allora lui fissa un altro punto: «Sì all’economia di mercato, no alla società di mercato».
Il governo che guida nasce da un’alleanza che tiene insieme quasi tutte le famiglie della sinistra, socialisti, comunisti, verdi, radicali, la cosiddetta “gauche plurielle”. La maggioranza esiste, ma va costruita ogni volta. Jospin lavora sui testi, è attento ai dettagli, controlla tutti i passaggi. I giornalisti dell’epoca parlano di riunioni intense, del poco spazio lasciato all’improvvisazione.
È sul lavoro che il governo si scopre davvero, quando introduce la riduzione dell’orario a 35 ore. Obiettivo, incidere sulla disoccupazione. La misura attraversa tutta la legislatura e divide il Paese. Poi arrivano gli emplois-jeunes – i contratti finanziati dallo Stato per inserire i giovani nel lavoro, soprattutto nei servizi pubblici e sociali – si amplia l’accesso alla sanità, si introducono nuovi strumenti di tutela. E, nel frattempo, alcune grandi imprese pubbliche vengono aperte al mercato, altre privatizzate.
A incrinare quell’equilibrio è il caso Michelin, che nel 1999 annuncia migliaia di licenziamenti nonostante gli utili in crescita. La decisione scatena polemiche perché rende evidente che anche aziende sane sono disposte a tagliare posti di lavoro pur di competere, mettendo in crisi il ruolo dello Stato nel proteggerli. Jospin, in quell’occasione, afferma che lo Stato non può fare tutto («L’État ne peut pas tout»). Parole che segnano una distanza con una parte della sua base.