Storie Web mercoledì, Aprile 1

Si dice spesso che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Ma forse dovremmo inventare un altro proverbio: “dimmi come cammini e ti dirò come stai”. Almeno sul fronte psicologico, infatti, dovremmo abituarci a studiare l’andatura e il passo per capire quanto e come siamo motivati a raggiungere una meta. Perché se siamo felici siamo portati ad accelerare, magari saltellando gioiosi, cercando di guadagnare tempo per abbracciare la persona che dobbiamo incontrare. Ma se il nostro animo è cupo e non abbiamo particolare piacere a raggiungere la meta, virtuale o reale, il cammino si fa lento, strascicato. Insomma. analizzando come ci spostiamo, potremmo avere un quadro sulle condizioni psicologiche. A guidare il passo e renderlo quasi saltellante, come accade nei film che raccontano storie d’amore ed incontri magici come indice di felicità, ci sarebbe infatti la dopamina. Il neurotrasmettitore (implicato pesantemente nella percezione del piacere e nella gestione della ricompensa) sarebbe infatti alla base dei meccanismi inconsci che guidano le modalità dell’andatura. A dirlo, aprendo anche la strada a possibili utilizzi dello studio del passo come indice di sofferenza psiconeurologica, ad esempio per la depressione o la malattia di Parkinson, è un’originale ricerca condotta dagli esperti dell’Università del Colorado a Boulder coordinati da Alaa Ahmed e Colin Korbisch, apparsa su Science Advances.

Un test su misura

L’indagine ha provato a rivelare i percorsi cerebrali che controllano il comportamento nel passo, basandosi su un esperimento davvero curioso. Ai partecipanti è stato chiesto di “raggiungere” un bersaglio sullo schermo di un computer con una sorta di un joystick. Il raggiungimento del bersaglio è stato collegato a specifiche ricompense, come un semplice lampo di luce e un segnale acustico. Risultato? Il modo in cui queste ricompense superavano, o non soddisfacevano, le aspettative impattava sulle modalità di movimenti dei partecipanti, che avevano una minore o maggiore spinta per avvicinarsi alla meta. Non solo: la presenza di una ricompensa attesa o comunque inaspettata accelererebbe il movimento, con un effetto impercettibile all’occhio umano ma valutabile grazie a test che mostrano una risposta più rapida e marcata in termini di energia. Insomma: pur se non si può certo dire cosa stia dietro questa scarica energetica, che tradotta nel passo ci porta ad accelerare e quasi passeggiare sulle nuvole verso la persona cui vogliamo bene o una meta inattesa, qualcosa accade. Quindi la dopamina è il tramite che ci porta a reagire modificando andatura e movimenti, portandoci a reagire immediatamente in caso di un “effetto sorpresa” positivo.

I segreti del movimento

“I movimenti sono una finestra sulla mente”, è il commento di Korbisch in una nota dell’ateneo. Ma limitare le osservazioni al solo aspetto neurotrasmettitoriale è riduttivo. L’ipotesi di lavoro prevede infatti che in futuro si possano applicare vere e proprie analisi dell’andatura per la diagnosi precoce di problemi di salute, visto che sono molte le patologie in grado di condizionare velocità e lunghezza del passo. Chi soffre di depressione, ad esempio, tende a muoversi più lentamente dei suoi pari età. L’attenzione si concentra quindi sulla riduzione della velocità del passo e sulle manifestazioni fisiche e motorie, in quello che si definisce “rallentamento psicomotorio” o bradicinesia. Ci sono studi che segnalano come chi soffre di depressione tende a camminare significativamente più lentamente rispetto a chi non presenta la patologia e d’altro canto proprio il passo più lento può diventare un indice di rischio per lo sviluppo della patologia. In questo senso, visto che la depressione si lega ad una disfunzione del sistema dopaminergico, in particolare nell’anedonia (incapacità di provare piacere) e nella perdita di motivazione, il calo della dopamina può incidere proprio sulle modalità del cammino. In qualche modo la ricerca americana, descrivendo cosa accade in presenza di picchi relativi di dopamina che inducono movimenti più veloci quando si è felici o motivati, indica una strada per cogliere precocemente segnali d’allarme dalla semplice osservazione del passo.

Attenzione all’incedere in curva

Su questo fronte, peraltro, altri studi dimostrano come per le persone anziane anche l’andatura in un percorso con diverse curve potrebbe indicare i primi segni di alterazione cognitiva lieve, quella che gli esperti chiamano MCI (Mild Cognitive Impairment), una sorta di indice di maggior rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Muoversi su un tragitto con curve più o meno secche richiederebbe una sorta di “supplemento” di capacità cognitive. A dirlo è uno studio pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease Reports ed è stata condotta dagli esperti del College of Engineering and Computer Science della Florida Atlantic University. Gli scienziati hanno impiegato speciali telecamere di profondità per controllare i movimenti di ben venticinque articolazioni, studiando l’andatura dei partecipanti allo studio durante l’esecuzione dei due diversi test di camminata, sia nel percorso rettilineo che in quello ricco di curve. Dallo studio è emerso che camminare in curva è stato sicuramente più difficile e complesso per chi aveva lievi deficit cognitivi, perché appunto soffriva di quello che viene definito tecnicamente “Mild Cognitive Impairment” o MCI. In particolare si è visto che considerando diversi sistemi di valutazione, dalla velocità media fino alla cadenza di passi alla posizione dei piedi, quando si andava in curva si modificava la risposta per gli anziani con lievi problemi cognitivi rispetto ai sani. Come a dire che la “curva” imponeva delle attenzioni maggiori da sopportare per chi aveva piccoli deficit. Insomma: il modo in cui si cammina, l’incertezza e la stessa velocità ed ampiezza del passo, quindi, possono diventare segnali di salute.

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