Storie Web mercoledì, Febbraio 28
Notiziario

Non poteva che chiamarsi San Marziano il pomodoro biofortificato, brevettato da Enea per le missioni di lunga durata degli astronauti nello Spazio. Arricchito di molecole antiossidanti, in grado di resistere alle radiazioni dell’ambiente spaziale, il nuovo ritrovato messo a punto nei laboratori di Casaccia, a Roma, rappresenta un potente acceleratore di tecnologie, nella sfidante ricerca di prodotti sempre più resistenti e performanti, in grado di far fronte a climate change, accrescimento della popolazione mondiale e riduzione delle superfici coltivabili.

Nello Spazio alcune di queste condizioni sono estreme. «Nella roadmap di esplorazione umana dello Spazio profondo, in cui la Luna sarà tappa fondamentale verso Marte, gli astronauti dovranno autosostentarsi con le risorse a disposizione, non avendo alcun contatto con la Terra – spiega Silvia Massa del laboratorio di Biotecnologie dell’Enea –. In questo scenario le piante, insieme ad altri organismi, presiedono alla produzione e al riciclo di materie prime e hanno la funzione di fornire cibo fresco e salutare in modo indipendente dalla Terra: l’ambiente confinato, le differenti condizioni di gravità rispetto alla Terra e le radiazioni ionizzanti condizionano infatti non soltanto la salute dell’uomo, ma anche la produttività delle piante e la qualità del cibo, potendo generare stress ossidativo e danni al Dna», conclude.

È dal 2014 che – con il progetto Bioxtreme, sviluppato insieme all’Agenzia Spaziale Italiana – Enea conduce studi sulla coltivazione di piante edibili in ambiente extraterrestre. Grazie alla ricerca è stato messo a punto un ideotipo. Nell’ambito del progetto Hortspace, i ricercatori hanno poi valutato i requisiti di produttività e di qualità nello Spazio, studiando l’impatto delle radiazioni sulle piante.

Rispetto ad un normale pomodoro, il San Marziano ha mostrato solo trascurabili variazioni della crescita e della fotosintesi, nessuna alterazione o un miglioramento della resa in frutti, il mantenimento di una dimensione più compatta, oltre che l’accumulo di antociani rispetto alle piante non ingegnerizzate.

«Grazie al nostro modello realizzato in collaborazione con l’Università di Amsterdam-Swammerdam – prosegue Massa – siamo riusciti a riaccendere nel pomodoro la biosintesi delle antocianine che, nelle specie attualmente coltivate, è dormiente, ottenendo così il pomodoro biofortificato».

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