“Sei come un Juke-box”, cantava qualche tempo fa Edoardo Bennato. Probabilmente, in biologia comparata, la possibilità di poter apprendere e cantare melodie sempre diverse in poco tempo passerebbe dallo strumento che animava bar e locali nei decenni scorsi al diamante mandarino. Un uccello, piccolo, che sta nel palmo della mano e viene dall’Australia. Con una dote quasi unica: riesce ad imparare sempre nuove modalità di cantare. Appunto come un Juke-box. Ma questa sua caratteristica di apprendimento vocale non è solo una curiosità, quanto piuttosto un modello per valutare dal vivo quanto e come il cervello del piccolo volatile sia in grado di recepire, imparare ed adattarsi. Pensate. Grazie alla neurogenesi tipica del diamante mandarino si possono svelare misteri sulla nascita, la migrazione e la maturazione dei neuroni, con conseguenti ripercussioni sul cervello che apprende ed acquisisce nuove abilità. Ma soprattutto impara a rigenerarsi e ripararsi.
E la conoscenza di questo meccanismo, in futuro, potrebbe aprire nuove prospettive per contrastare la neurodegenerazione della malattia di Alzheimer. A farlo sperare, ma siamo davvero ancora all’inizio, è una ricerca di frontiera condotta dagli esperti dell’Università di Boston sul cervello di questi animali, pubblicata su Current Biology (autore corrispondente Benjamin Scott).
I neuroni esploratori
Lo studio è andato ad esplorare con tecniche sofisticatissime il cervello del diamante mandarino, analizzando la situazione con un microscopio ad alta potenza. Ed ha permesso di capire come si possano far strada nuovi neuroni farsi strada che rafforzano le connessioni presenti. Si comportano come veri e propri esploratori e sono capaci di “scavare” veri e propri tunnel invisibili. Quindi consentono quella neurogenesi che nell’essere umano non si verifica dopo la nascita. “Negli uccelli canori, i nuovi neuroni nel cervello adulto si comportano come esploratori che si fanno strada attraverso una fitta giungla – è il commento di Scott in una nota -. Ciò potrebbe aiutarli ad apprendere nuove cose o a riparare i danni, ma potrebbe comportare un costo per le cellule e i ricordi esistenti: questo potrebbe spiegare perché la neurogenesi sembra essere una capacità che gli esseri umani non possiedono al di fuori dell’utero materno”. Insomma: l’esplorazione e le gallerie che si creano possono ovviamente creare piccoli problemi.
Ma per il diamante mandarino sono un vantaggio, che l’uomo non ha: e proprio questo meccanismo potrebbe aiutare a capire come mai si è esposti a problemi di neurodegenerazione come la malattia di Alzheimer, anche per l’incapacità di rigenerare neuroni. “In questo senso il lavoro è particolarmente interessante: ci fa capire come, almeno in alcune specie, i neuroni sono in grado di migrare creando tunnel che modificano le strutture cerebrali e le connessioni, quindi di influire rapidamente sulla plasticità – commenta Antonio Uccelli, Direttore scientifico del Partenariato esteso di Neuroscienze Mnesys .
Neurogenesi e cellule staminali come speranza
Per pesci, rettili e uccelli il cervello si può rinnova nel corso della vita, in termini di quantità di cellule nervose. Nell’uomo no: alla nascita, praticamente la nostra “dotazione” neuronale è completa. Ed allora? Allora dal diamante mandarino, vero e proprio campione di rigenerazione, si possono trarre spunti importanti per il futuro. Proprio grazie ai neuroni che si insinuano nel tessuto cerebrale, creando impercettibili danni che alla fine comunque si traducono in un vantaggio. Cosa possono significare questi studi per il sistema nervoso umano? Secondo gli esperti, si aprono due ipotesi: la prima è che il nostro cervello si sia evoluto per limitare la neurogenesi dopo la nascita come forma di protezione, ovvero che questo stop a nuove cellule nervose sia un modo per assicurarsi che i neuroni più determinati non possano irrompere nelle connessioni mature e danneggiare la memoria.
