
Il business di corsi e consulenze
Ma chi sono i valutatori? Molti, osserva il rapporto, si pubblicizzano come «esperti» di alienazione parentale o rifiuto genitoriale e «sembrano abusare della loro posizione a scopo di lucro o di agenda politica». Consulenze, formazione, conferenze: l’alienazione è una «attività lucrativa». Business is business, anche sulla pelle dei bambini, sottoposti a «valutazioni psicologiche intrusive, inappropriate e ritraumatizzanti». E i giudici troppo spesso si appiattiscono sui giudizi dei consulenti. «È evidente – scrive Alsalem – la necessità di una formazione e di competenze specialistiche» in materia di violenza familiare, come segnala il Libro bianco del Dipartimento Pari opportunità presentato lo scorso anno dalla ministra Eugenia Roccella. E come va ripetendo ormai da mesi la Garante per l’infanzia, Marina Terragni, in prima fila a denunciare casi di prelevamenti forzosi dei bambini non in condizioni di grave pericolo per la loro incolumità.
Uno studio in cinque Paesi
Ma il coro contro queste pratiche si fa sempre più forte. Uno studio condotto da Shazia Choudhry, docente all’Università di Oxford, con la ricercatrice Daniela Rodriguez Gutierrez per Dire (Donne in rete contro la violenza) spinge ancora oltre il ragionamento: mostra come l’alienazione continui a insinuarsi nelle aule di giustizia inquinando i procedimenti anche quando non viene nominata. La ricerca, condotta in Italia, Francia, Spagna, Inghilterra e Bosnia, racconta un sistema che tende a considerare madri e padri su piani diversi, con aspettative asimmetriche, standard più severi per le donne. Sta maturando maggiore coscienza, «tuttavia la consapevolezza che il termine non ha portato all’eliminazione del concetto e dei presupposti che lo sottendono». Si conosce la distorsione, ma non si fa nulla per eliminarla.
In Italia record di riformulazioni: l’alienazione sotto mentite spoglie
L’Italia, poi, secondo lo studio, gode di un primato: fornire «il maggior numero e varietà di riformulazioni dell’alienazione genitoriale». Un campionario degno di nota: “madre maligna”, “comportamento ostruzionistico”, “comportamento ostile della madre”, “madre simbiotica”. La ricerca conclude ponendo l’accento sulla diffusione dell’uso di questo bias nei procedimenti. «In Inghilterra e Galles, Francia, Italia e Spagna un buon numero di interlocutori ha commentato il frequente ricorso all’alienazione parentale in tribunale e l’aumento del suo utilizzo negli ultimi anni». Ma l’informazione non riesce a scalfire il muro, perché nei fascicoli di diritto di famiglia la categoria continua a funzionare come una scorciatoia: se il bambino fatica a vedere il padre, l’ipotesi di alienazione scatta prima ancora dell’analisi del rischio.
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