Storie Web domenica, Marzo 15

La Rete è spesso raccontata come uno spazio aperto, fluido, senza limiti. Ma per chi ha una disabilità visiva, motoria o cognitiva, navigare un sito web, compilare un modulo o completare un acquisto può diventare un percorso a ostacoli, non diverso da quello che affronta una persona in carrozzina di fronte a una barriera architettonica. Non sono sempre evidenti a chi non le sperimenta direttamente, le barriere digitali limitano l’accesso a informazioni, servizi e opportunità, riducendo il valore stesso del digitale come strumento di inclusione.

Una persona su cinque in difficcoltà

È in questo contesto che, lo scorso giugno, è entrato in vigore l’European Accessibility Act (Eaa), la normativa europea che impone requisiti di accessibilità per prodotti e servizi digitali. Sulla carta, un passaggio storico. Nella pratica, resta ancora profondo il divario tra obbligo normativo ed esperienza reale degli utenti. Secondo una ricerca condotta da YouGov per AccessiWay, circa una persona su cinque in Italia incontra difficoltà a leggere, ascoltare o comprendere contenuti digitali, e oltre il 15% rinuncia ad acquisti online o richieste di servizi a causa di barriere nella fruizione.

Una dinamica che rimanda a quella che Robin Christopherson, head of Digital inclusion di AbilityNet, organizzazione non profit britannica attiva sull’accessibilità e l’inclusione digitale, definisce una vera e propria “trappola della conformità”. «L’accessibilità viene troppo spesso interpretata come un insieme di controlli tecnici da spuntare, anziché come un requisito dell’esperienza utente», spiega. Il nodo centrale è il coinvolgimento insufficiente delle persone con disabilità nelle fasi di ricerca, progettazione e test: «Senza l’esperienza vissuta non si capisce dove nascono davvero le barriere». A complicare il quadro contribuiscono scelte tecnologiche accumulate nel tempo, che rendono difficile intervenire in modo organico. E quando la responsabilità è diffusa, spesso finisce per dissolversi: «Se l’accessibilità è di tutti, rischia di non essere di nessuno», osserva Christopherson.

Eye-Able nata da necessità concreta

È proprio nel vuoto tra legge e pratica che si inseriscono nuove realtà europee come Eye-Able, start up nata in Germania da una storia personale. Il fondatore ha visto il suo migliore amico abbandonare l’università perché strumenti digitali e contenuti online non erano accessibili a causa di una disabilità visiva. «Eye-Able non è partita come un’idea di business, ma come una necessità concreta», spiega Lorenzo Scumaci, amministratore delegato di Eye-Able Italia. Un’impostazione che si riflette in un approccio che va oltre la conformità formale e spesso coinvolge direttamente le persone con disabilità nella valutazione dell’usabilità reale: «Interveniamo alla radice. Analizziamo codice, design, contenuti e flussi di interazione, grazie a una dashboard che consente di avere un report completo degli errori presenti».

Scumaci: «Progettare l’accessibilità sin dall’inizio»

Scumaci sottolinea però che l’accessibilità non può essere automatizzata al 100%: «Per molti aspetti è necessario l’intervento umano, soprattutto per valutare la coerenza dei contenuti, la logica dei percorsi e l’esperienza delle persone con disabilità. Per questo coinvolgiamo tester reali». Un tema che torna anche nelle parole di Christopherson, secondo lui l’accessibilità è un processo continuo, che richiede monitoraggio, formazione e manutenzione. «Le organizzazioni più mature integrano l’accessibilità fin dall’inizio. Quando fornitori, designer e sviluppatori lavorano secondo principi inclusivi fin dall’inizio, la conformità diventa una naturale conseguenza di una buona progettazione, riducendo drasticamente costi e interventi correttivi», sottolinea. Secondo Scumaci serve consapevolezza, perché «siti e app sono solo l’inizio: il tema riguarderà sempre più piattaforme, compresi i social network e l’uso dell’Intelligenza artificiale».

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