A sei anni esatti dalla scoperta in Italia del primo paziente colpito dalla pandemia di Covid il 21 febbraio del 2020 e a quasi tre anni dalla dichiarazione di fine emergenza dell’Oms nel maggio del 2023 la promessa dell’Italia di farsi trovare pronta di fronte a una nuova emergenza sanitaria non è stata ancora mantenuta. I due strumenti principali per arginare lo tsunami di una nuova pandemia – il nuovo piano pandemico e il potenziamento delle terapie intensive con almeno quasi 6mila nuovi letti aggiuntivi, quelli che si cercavano disperatamente nei mesi più duri del Covid per curare i pazienti più gravi – sono ampiamente in ritardo: innanzitutto manca all’appello il piano pandemico 2025-2029 annunciato da tempo dal ministero della Salute guidato dal ministro Orazio Schillaci a cui spetta il compito di disegnare l’architettura degli interventi e delle contromisure da adottare in caso di una nuova emergenza sanitaria.
Il piano è al centro di un lungo rimpallo tra ministero e Regioni in cui si è inserito anche il ministero dell’Economia: l’ultima bozza del piano – un documento di oltre 300 pagine – risale all’estate scorsa a cui si è aggiunta anche una lettera lo scorso gennaio della Ragioneria generale dello stato che fa le pulci alle coperture economiche delle misure previste che non sono state ben studiate. Il piano è infatti finanziato con risorse importanti dalla manovra di bilancio dell’anno scorso che ha già stanziato 50 milioni per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a decorrere dal 2027. Le Regioni che spingono per approvare al più presto il piano sottolineano tra l’altro come la mancata approvazione ha determinato “un vuoto normativo con conseguente incertezza per la pianificazione e attuazione delle misure in modo uniforme sul territorio nazionale”.
Fin qui le strategie – quelle che non erano state colpevolmente aggiornate alla vigilia della pandemia nel 2019 – perché forse è ancora più grave il ritardo che riguarda il potenziamento delle terapie intensive che era stato deciso la prima volta addirittura nel maggio del 2020 con il decreto rilancio che aveva programmato la realizzazione in poco tempo – l’ambizione era nel giro di meno di un anno – di 7656 letti in più di terapia intensiva e sub-intensiva con 1,1 miliardi stanziati. Da lì, di ritardo in ritardo, il piano è confluito negli obiettivi del Pnrr con l’asticella che si è abbassata a 5922 posti letto complessivi in più come target minimo (2 692 di terapia intensiva e 3 230 di semi-intensiva) da completare entro giugno di quest’anno. Una scadenza vicinissima che mettere a rischio il raggiungimento del target visto che secondo gli ultimi dati anticipati dal Sole 24 ore che risalgono al 9 febbraio scorso ne erano stati completati 4227 in tutto, cioè 1695 in meno (853 in terapia intensiva e 842 in semi intensiva). Con alcune Regioni in grave ritardo e altre ancora a zero letti in più come Basilicata, Bolzano, Molise e Valle d’Aosta. Un grave ritardo certificato anche dal ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione, Tommaso Foti: “Se vi era un altro obiettivo che doveva essere immediatamente raggiunto è quello relativo ai posti letto di terapia intensiva e sub-intensiva. Su questo non si può transigere: è un dato che ci qualifica davanti alla Commissione europea e in Europa come responsabili o meno, avendo avuto l’Italia il numero maggiore di vittime da Covid”. C’è poi il problema del personale sanitario per farli lavorare questi nuovi reparti di terapia intensiva: “Ad oggi, come in sintonia con la Siaarti prevedevamo già a fine 2021, gli anestesisti rianimatori indispensabili per gestirli sono appena sufficienti. Quelli previsti dal Pnrr saranno gestibili solo assumendo progressivamente nuovo personale, il che consentirebbe di affrontare meglio eventuali future emergenze; oggi siamo senz’altro in condizioni migliori di quelle del 2020”, avverte Alessandro Vergallo Presidente di Aaroi-Emac.
